sabato 19 aprile 2014

Un Centro Commerciale costruito sui rifiuti tossici

Vulcano Cattivo

Allarme inquinamento a Nola.Un’inchiesta sul triangolo della morte realizzata dal giornalista Antonio Crispino in collaborazione con Antonio Laurino, pubblicata  dal Corriere della Sera, contiene rivelazioni sconcertanti sulla presenza di pericoloso rifiuti tossici nella piana di Boscofangone.  Finora nessuna reazione dalle istituzioni locali.
«Il pentito Carmine Alfieri durante gli interrogatori ha spiegato con una certa minuziosità il tipo di sversamento che veniva tombato nelle campagne di quella che una volta era la Campania felix – dice l’avvocato Mariafranca Tripaldi- . Eppure nello stesso posto abbiamo costruito un grande centro commerciale (firmato dall’archistar Renzo Piano, ndr). A nessuno pare essere importato che durante gli scavi siano stati rinvenuti bidoni di liquami industriali provenienti dalla Germania, il business criminale del clan Alfieri. Ma ora tutto è stato coperto dal cemento mentre i tumori qui hanno falcidiato intere famiglie».
«Di sera lasciavamo le fondazioni ancora da riempire e la mattina dopo le trovavamo colme di cemento, un cemento di colore strano, giallastro, che puzzava in modo nauseante». Questo ha raccontato uno degli operai che ha costruito la scuola materna ad Acerra su cui sta indagando la magistratura di Nola. Si indaga perché l’intero plesso sarebbe stato costruito con rifiuti tossici. «Alcuni bambini qui stanno accusando allergie, asma e altri sintomi legati alla presenza di inquinanti- ci dice Alessandro Cannavacciuolo, Guardia ambientale in prima linea contro le ecomafie che ha denunciato il fatto agli inquirenti-. Da mesi aspettiamo un intervento della magistratura che pare non arrivare mai». Così come tutto fermo è a Palma Campania dove un’intera arteria autostradale sarebbe stata costruita intombando rifiuti tossici. Se su wikipedia già si conoscono colpevoli e opere (alla voce “riciclaggio di rifiuti tossici” si legge testualmente: «Antonio Iovino, imprenditore di 48 anni, di San Gennaro Vesuviano, legato al clan camorristico Fabbrocino, specializzatosi in riciclaggio di rifiuti tossici, è stato condannato in primo e secondo grado perché ha costruito la bretella di collegamento tra il Vallo di Lauro e l’uscita di Palma Campania dell’autostrada A30, con materiale misto a rifiuti pericolosi»), nella realtà, da più di due anni si aspetta che qualcuno vada a vedere cosa effettivamente c’è sotto il manto stradale sul quale, al momento del sopralluogo, campeggiavano grossi pezzi di amianto. La società regionale «Vallo di Lauro Sviluppo s.p.a.», concessionaria per conto della Regione Campania della realizzazione della strada, si dice bloccata dalla burocrazia e non procede con i carotaggi. Così da due anni il processo è a un punto morto. Nel frattempo sulla strada è cresciuta l’erba. Lì dove invece la magistratura ha proceduto con le perizie tecniche (soprattutto nelle numerose cave presenti in zona e nei pressi dei regi lagni), ecco cosa è stato trovato sotto terra: cromo, rame, zinco, oli minerali e fanghi contenenti i rifiuti di acque reflue industriali il tutto misto a materiali da costruzione o spalmato su terreni destinati all’agricoltura.
Benvenuti nel triangolo della morte. Così ha definito il territorio che va da Marigliano a Palma Campania a Brusciano, Alfredo Mazza, medico del Cnr che per primo ha denunciato sul Lancet Oncology l’ecatombe che si sta verificando in questa zona. «I dati sfornati dal Pascale, ospedale in prima linea per la cura e la prevenzione dei tumori, parlano chiaro – dice il dottor Gennaro Esposito dell’associazione Medici per l’Ambiente -. In questi tre comuni c’è il record di tumori al polmone, colon retto, genitali e fegato». Nel triangolo della morte la gente vive in appartamenti, scuole, parchi costruiti con cemento e amianto misto ai veleni dell’industria. Ci vive tutti i giorni e forse non ne è ancora consapevole tanto è stata capillare l’azione delle ecomafie. Lentamente la magistratura sta facendo chiarezza su quelli che fino a ieri erano solo dubbi. In altri casi, invece, la verità non verrà mai a galla perché coperta dalle prescrizioni o da un fitto strato di cemento come avvenuto con un centro commerciale.
Fonte: Antonio Crispino, Corriere della Sera

IL GIORNALISMO INVESTIGATIVO

   

Il giornalismo investigativo secondo una che lo fa veramente
Giannina Segnini è una dei giornalisi investigativi più celebri e bravi di tutto il mondo. Lavora per il quotidiano costaricense La Nacion e in una intervista sul sito dello International Consortium of Investigative Journalists spiega dettagliatamente come funziona il suo lavoro e quello della squadre che guida. Insiste molto sul lavoro autonomo e documentale del giornalista, mi permetto di citare alcuni punti, che potrebbero non essere ovvi in un contesto italiano:
  • The investigation took us about a year and during that time there were many breakthroughs and revelations.
  • We had access and explored, in advance, databases that were relevant to find information about the case. Identifying those data sources and exploring them is always a great investment.
  • Many times it is much better conduct reporting outside of your country. If the evidence you are trying to find is also in a third country it’s worth it to try there
  • Digital and online journalism does not necessarily refer to immediacy. Digital journalism is not about technology; it’s still about doing great journalism, empowered by technology and design.
  • We at the investigative unit in La Nacion started a very unique experimental project on data investigative journalism four years ago. The model consists in gathering and consolidating public databases to uncover investigative stories out of them. In addition to the investigative journalists, we started working with two developers mining big data and interviewing oceans of datasets to discover hidden stories.
  • Traditional investigative journalism follows the scientific method to approach a story. We used to define a hypothesis to either prove it or discard it.
  • There are many sources that want to control the journalist’s agenda by leaking a piece of information that benefit them. By conducting data investigative journalism we can have access to the whole universe of information, not only what someone wants to deliver.
  • An investigative story should be conclusive. There is no room for “maybes” or “possibilities” in investigative journalism.
  • In spite of the impact a story may have, if it’s the product of a third party’s investigation, such as prosecutors or auditors, it’s not investigative journalism.
  • An investigative story has to detail and show all the evidence that support all its  conclusions. With some exceptions, an investigative story is not based on testimonies, let alone on anonymous sources. Testimonies are usually vague, ambiguous, volatile and, in general, not trustworthy.
  • A journalist who is driven by revenge, biases, or personal motivations should never be given the chance to do investigative journalism.
Sintetizzando: tantissimo tempo; indagine prevalentemente documentale e sui dati; dubitare di testimoni e fonti umane (specie anonime); disponibilità a scoprire che l’ipotesi iniziale è errata; conclusioni certe, no alla “cultura del sospetto” e dell’allusione; giornalismo d’inchiesta è l’inchiesta che fanno i giornalisti, non quella che fanno i magistrati.


venerdì 18 aprile 2014

La Multinazionale Trafigura e i rifiuti tossici in Africa

Costa d'Avorio rapporto tossico 



Child covered in lesions after Trafigura waste disposal
A child whose body is covered in lesions. According to the child's parents, the skin condition was caused by the toxic waste. Trafigura disputes this. Photograph: Issouf Sanogo/AFP
A pot of £30m compensation due to be paid to thousands of African victims of toxic waste may end up being stolen thanks to the Ivory Coastregime's corruption, their lawyers said today.
The money was handed over by oil traders Trafigura in an out-of-court settlement in London and deposited in a bank in the west African state's capital, Abidjan, ready to be shared out in cash to each of the 30,000 victims. But the entire sum has been frozen in a sudden move backed by the local state prosecutor, according to Martyn Day, the senior partner at Leigh Day, the London lawyers who won the landmark settlement.
Moves are now in train, he said, to order all the cash to be handed over to a local group claiming to represent the victims. At the same time, Day has received a request to meet representatives of a senior Ivorian figure in Paris, to agree to come to an "arrangement".
"Blatant corruption" could be occurring, Day, who has flown back to London from Ivory Coast, said today. "There is a very serious risk that the compensation monies will simply disappear and our clients will see none of it."
Mr Justice MacDuff, the UK trial judge in the compensation case, issued a declaration today saying that the court was "deeply concerned" because to hand over the £30m to anyone else would frustrate the order of the English court.
The local court in Abidjan is due to rule on the claim this week.
These developments follow the resolution of a bitterly fought compensation case in which Trafigura, a London-based multinational oil-trading company, became internationally notorious after issuing a so-called super-injunction, which had the effect of preventing reports of a question asked in parliament.
Hundreds of tonnes of sulphur-contaminated toxic oil waste were cheaply dumped on landfills and in ditches around Abidjan in 2006. The cargo ship had been chartered by Trafigura. In the weeks after, the fumes caused thousands of sick people to besiege local hospitals.
Day said today that, after Trafigura agreed to hand over £30m to compensate those made ill, his firm had arranged an elaborate system of pin cards with the bank in Abidjan to allow local people, most of whom did not have bank accounts, to withdraw cash worth approximately £1,000 each. He said: "On 22 October, we were served with an order freezing the payment of the compensation."
A local figure claimed to be president of the "National Co-Ordination of Toxic Waste Victims of Côte d'Ivoire", which was said to represent the victims. He applied to have all the money transferred to the alleged association's account and out of Leigh Day's hands.
Day said the association's claims were "false in all respects".
One of the lawyers' local employees then warned "he had been contacted by a highly influential figure within Ivorian judicial and financial circles … This man had requested to meet me in Paris to see if an 'arrangement' could be reached in relation to the interest accruing on the clients' account. He let it be known he could arrange for the freezing order to be dropped if I agreed to the interest being paid to him."
Day refused to go along with this suggestion. A few days later, the Ivorian state prosecutor announced that the compensation money should be transferred – a stance that local lawyers said the Abidjan court was likely to accept.
"We are extremely wary that if the funds are transferred the compensation will not be distributed among the claimants," Day said. Instead, it was likely to end up in the hands of shadowy powerful figures.
The vulnerability of Ivory Coast officials to corruption formed part of the background to the original environmental disaster when the waste was dumped.
A by-product of primitive attempts to decontaminate a tanker-load of cheap Mexican gasoline, Trafigura's toxic waste consisted of hazardous and unstable sulphurous compounds that should have been disposed of by expensive specialist treatment. Eventually a contractor with no experience or facilities agreed to truck away the waste cheaply.



  • Quando Newsnight investigò per la prima volta sullo scandalo dei rifiuti tossici nel 2007, uno dei fondatori della Trafigura, Eric de Tur­kheim, disse: «Queste sostanze non erano pe­ricolose per la salute umana. Erano puzzolenti, ma non pericolose». Affermazioni incredibili, alla luce di quanto avvenuto: secondo il tossi­cologo John Hoskins della Royal Society of Chemistry infatti, un carico simile di rifiuti tos­sici sarebbe stato in grado di mettere in ginoc­chio un'intera città.

  • Il Minton report
    La posizione della Trafigura si fa sempre più difficile. L'll settembre del 2009 Carter-Ruck, legale della multinazionale specializzato in diffamazione, si presenta in tribunale per ottenere un'ingiunzione d'emergenza, affinché il Guar­dian non pubblichi il Minton report.Questo rap­porto, commissionato nel 2006 dai consulenti scientifici della Trafigura, affermava che, sulla base delle poche informazioni disponibili, i ri­fiuti scaricati nella città di Abidjan sarebbero stati potenzialmente tossici e in grado di cau­sare gravi effetti sulla salute umana. Emergeva dunque la coerenza dei drammatici problemi medici tra gli abitanti di Abidjan con il rilascio della nube di acido solfidrico. Gli effetti avreb­bero potuto includere gravi ustioni esterne sulla pelle, ustioni interne ai polmoni, danni agli occhi e ulcerazioni permanenti. Persino il coma o la morte. Inoltre la Probo Koala tra­sportava un carico di nafta, successivamente"addolcita" a bordo della stessa nave per ri­durre il suo contenuto di zolfo, producendo un miscelato d'olio che sarebbe stato poi utilizzato per produrre benzina. L'autore del rapporto, John Minton, affermò che lo scarico di rifiuti sarebbe stato illegale in Europa e che il metodo corretto di smaltimento sarebbe dovuto essere un trattamento chimico specifico, chiamato os­sidazione dell'aria umida.
    Il tentativo dello studio Carter-Ruck" sem­brerebbe, di conseguenza, finalizzato a soppri­mere, nell'ambito di un'azione di diffamazione nei confronti del Guardian, qualsiasi informa­zione contenuta nel Minton report. L'ingiun­zione rimane a lungo segreta e i legali della Trafigura riescono a impedire che il Minton re­port venga pubblicato, mettendo il bavaglio all'autorevole quotidiano inglese ".
    Ci pensò Wikileaks a sbloccare l'empasse. Il 14 settembre 2009 il rapporto fu messo online. Emergeva che 108 mila persone erano state co-strette a cercare assistenza medica in Costa d'Avorio a causa degli effetti dei rifiuti tossici. La notizia verrà ripresadall'Independent il 17 settembre e da Bbc News, ma entrambi la rimossero dai propri siti molto rapidamente, forse per effetto delle pressioni operate dagli avvocati di Trafigura. Ma internet non segue le re-gole e i vincoli dei media classici, così numerosi blogger, indignati per questa totale censura, caricano i video su YouTube. A completamento del quadro, Wikileaks pubblicherà la difesa della Bbc contro l'effettiva querela per diffamazione avanzata dai legali della Trafigura.
    La notizia non è più segreta, dunque, e Trafigura sviluppa un'altra strategia per non affrontare le proprie responsabilità, affermando che il rapporto era stato tenuto nascosto solo perché preliminare e impreciso. Il 20 settembre 2009, dopo un rapporto delle Nazioni Unite che ulteriormente confermava la relazione tra lo scarico dei rifiuti e le intossicazioni degli abitanti di Abidjan, Trafigura annunciò di voler pagare un ulteriore pacchetto di compensa-zione, oltre ai 152 milioni già pagati nel 2007: 46 milioni di dollari, 1546 dollari a testa per le 31 mila persone colpite.
    Secondo l'accusa anche la municipalità di Amsterdam e le autorità portuali furono responsabili per il ripompaggio delle sostanze nell'imbarcazione, che successivamente fece rotta verso Lagos, in Nigeria, per approdare con il suo carico letale ad Abidjan. Una commissione del governo ivoriano ha stabilito che Trafigura era a conoscenza della mancanza di impianti per l'immagazzinamento dei rifiuti in Costa d'Avorio, ma decise comunque consapevolmente di farli scaricare. La commissione ha inoltre sostenuto che la Compagnie Tommy sarebbe stata una società di facciata, creata appositamente per gestire i rifiuti, e sarebbe stata istituita nel periodo compreso tra la decisione di Trafigura di non pagare il costoso smalti-mento dei rifiuti ad Amsterdam e l'arrivo della nave ad Abidjan. Sempre secondo il rapporto della commissione, la responsabilità della tragedia è condivisa dal porto di Abidjan, dai funzionari doganali, dai ministeri dei Trasporti e dell'Ambiente e dalle autorità locali. Sembre­rebbe che la corruzione abbia contribuito non poco a favorire questi scarichi illegali.
    Quello della Trafigura è stato sicuramente il disastro ambientale più grave nella storia della Costa d'Avorio. Sotto processo ci sono i re­sponsabili delle autorità portuali ivoriane, che diedero il via libera allo scarico del materiale, e i vertici della Compagnie Tommy, la società responsabile del loro effettivo trasbordo. Ma la grande indiziata, la compagnia olandese Tra-figura, cui apparteneva il carico, se la cava grazie al precedente accordo siglato con il go­verno ivoriano: i 152 milioni di euro l'hanno messa al riparo da qualsiasi altra conseguenza giudiziaria .
    Eppure il 23 luglio 2010 il Tribunale di Am­sterdam ha condannato la multinazionale al pagamento di una multa di un milione di euro; un dipendente della Trafigura, Naeem Ahmed, coinvolto nelle operazioni della nave ad Am­sterdam, è stato multato con 25 mila euro; Ser­giy Chertov, il capitano della Probo Koala, è stato condannato a cinque anni di reclusione, con sospensione. Una magra consolazione per i familiari delle vittime e per le migliaia di in­tossicati. E se Wikileaks non avesse pubblicato il Minton report?

    da WIKILEAKS. IL LIBRO DEI FATTI CHE NON DOVEVATE SAPERE, di Ludovica Amici, Editori Riuniti, 2010

Monnezza Story

La loggia della “Monnezza”. Breve storia della gestione dei rifiuti in Italia

Mafia, P2, industriali senza scrupoli, apparati di sicurezza deviati, i principali responsabili del disastro ambientale in Campania. Una lobby affaristica che ha seppellito rifiuti industriali, tossici e nocivi, compresi quelli dell'ACNA di Cengio, azienda che ha prodotto componenti per armi chimiche proibite, come l'Agent Orange, e gas nervini.
Joe was about to learn, that in the future, justice was not only blind, but had become rather retarded as well.” Idiocracy di Mike Judge

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President Dwayne Camacho
In una divertente commedia di fantascienza del 2006, Idiocracy, nata dal genio di Ethan Cohene di Mike Judge, regista e produttore anche delle serie televisive animate Beavis and Butt-head,King of the Hill e The Goode Family, Joe e Rita, i due protagonisti, dopo essere stati coinvolti in un esperimento militare segreto ed ibernati, al loro risveglio si trovano proiettati nel 2505, in un mondo spaventosamente regredito, dove gli esseri umani non riescono più a risolvere i problemi più elementari, come provvedere al fabbisogno energetico-alimentare ed allo smaltimento dei rifiuti. La popolazione vive tra immensi cumuli di rifiuti, il presidente degli USA, Dwayne Camacho, è un campione di wrestling, nonché pornostar; l'intera nazione è il risultato di una selezione genetica naturale che ha portato la stupidità alle estreme conseguenze, effetto della diminuzione del tasso di natalità tra le persone intelligenti e della maggiore prolificità e capacità di adattamento delle persone con un QI molto basso. Le televisioni del mondo di Idiocracy trasmettono prevalentemente spot pubblicitari e programmi con protagoniste donne, in abiti succinti, che fanno battute volgari. Persino gli intellettuali ed i luminari della “scienza” commettono clamorosi errori, esprimendosi in un linguaggio imbarbarito ed infarcito di slang, parolacce ed espressioni onomatopeiche.
La situazione descritta nel film Idiocracy non è molto distante da quanto è avvenuto in Campania, ed in particolare nelle provincie di Caserta e Napoli, dove il mancato avvio della raccolta differenziata, salvo in alcuni piccoli comuni, ha per decenni finalizzato tutto il sistema di raccolta dei rifiuti esclusivamente al conferimento in discarica, molte delle quali abusive e gestite da prestanome dei clan della Camorra. Nel 2009, l'allora commissario straordinario all'emergenza rifiuti della Campania, prefetto Alessandro Pansa, attuale capo della Polizia, riassumeva così la situazione, alla commissione parlamentare sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti:
...per costruire una discarica abusiva, occorre una connivenza totale con la criminalità organizzata, che è il fattore legante e organizzativo. Ci vuole il coinvolgimento delle aziende(che forniscono i prodotti, soprattutto quando si tratta di discariche abusive di prodotti tossici),quindi degli imprenditori, di un sistema di autotrasporti, dei proprietari del terreno, di coloro che a quel terreno hanno accesso e anche di coloro che ne hanno visione. Le discariche abusive, infatti, sono attività che funzionano non per pochi giorni, bensì per tempi abbastanza lunghi. È evidente, quindi, che la disattenzione è totale. Sorgono in zone non facilmente assistibili, in zone agricole dove la presenza dei controlli da parte delle forze dell’ordine è molto limitata, poiché, come si sa, queste ultime essenzialmente sono concentrate nei centri urbani. Il sistema dei trasporti, però, doveva essere controllato, giacché comunque si parla di quantitativi notevoli e volumi enormi, che circolano sul territorio nazionale e sulle strade principali. Questi rifiuti percorrono praticamente tutto il territorio nazionale, in quanto la maggior parte dei prodotti veniva dal nord, come moltissime inchieste hanno accertato. Durante il viaggio, questi prodotti, in effetti, cambiavano natura dal punto di vista della documentazione: il meccanismo è sempre stato questo. Quindi, l’ipersensibilità e il coinvolgimento della politica locale (la difesa del territorio, giustamente, è sempre stato uno dei temi della politica locale), ha portato a una difesa del territorio un po’ suicida, che non dava alternative.

"Produci, consuma, crepa"
La gestione dei “rifiuti”, soprattutto nelle regioni del sud Italia, ha una storia tutta legata allo sviluppo economico ed industriale del paese, ed ha iniziato ad essere un problema solo a partire dalla seconda metà degli anni '60, quando l'urbanizzazione e l'espansione del consumo di beni ha cominciato ad avere necessità di uno smaltimento diverso. Fino alla metà del '900, gli oggetti che venivano considerati inutili dalle classi agiate percorrevano tutta la filiera sociale per essere riutilizzati o “riciclati” dai meno abbienti. Nella civiltà contadina che ancora caratterizzava gran parte del panorama sociale italiano, fino alla fine degli anni '50, solo il superfluo veniva interrato oppure bruciato, solo ciò che non poteva essere riparato o riutilizzato.
Gli scarichi industriali delle manifatture nate negli ultimi secoli finivano tranquillamente nelle acque, nei mari e nei fiumi, e nell'ambiente circostante, finché l'effetto negativo sulla salute dell'uomo e degli animali non ha cominciato a diventare evidente.
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Le prime norme per la tutela delle acque e delle falde acquifere sono state introdotte, a partire dagli anni '70, quando la crescita caotica delle città (accompagnata da una urbanizzazione spesso non regolata), e soprattutto losviluppo del modello produttivo del paese, hanno reso i processi di lavorazione industriale, le merci e soprattutto gli scarti e gli scarichi, gli involucri e gli imballaggi, oggetti non più compatibili con il ciclo biologico.
Gli interventi normativi che hanno accompagnato la dismissione e la trasformazione non solo del ciclo industriale italiano (soprattutto nel settore metallurgico e petrol-chimico), obbligando istituzioni, imprese e singoli cittadini, ad organizzare e differenziare lo smaltimento dei rifiuti e degli scarti industriali, sono iniziati a partire dagli anni '70, con la Legge Merli del 1976 (e la successiva "Legge Merli bis" del 24 dicembre 1979 n. 650), con la parziale ratifica nell'ordinamento italiano di alcuni dei principi contenuti nellaConvenzione di Londra del 29 dicembre 1972, sulla prevenzione dell’inquinamento marino causato dallo scarico di rifiuti ed altre materie
La lentezza della produzione normativa nella tutela ambientale (tuttora inadeguata), costretta a misurarsi con gli interessi di interi settori industriali che hanno prosperato proprio sull'assenza di norme e tutele per ambiente, lavoratori e cittadini, e la sostanziale depenalizzazione dei reati ambientali, ha finito per diventare un'occasione di arricchimento illecito, un vantaggio economico che non correva il rischio di incorrere in sanzioni penali severe. E' emblematico il resoconto stenografico di una seduta della commissione d'Inchiesta sul ciclo dei rifiuti del 12 febbraio del 1998, nella quale il magistrato antimafiaFederico Cafiero de Raho riportava la frustrazione dell'attività di contrasto alle ecomafie, nei confronti delle quali l'ordinamento non consentiva di applicare le pene previste dai reati associativi, ma consentiva solo di comminare delle contravvenzioni di bassa entità.
Lo smaltimento dei rifiuti industriali e la gestione del ciclo dei rifiuti urbani, a partire dalla seconda metà degli anni '80, ha di fatto costituito la saldatura tra politica, mafie e poteri occulti, fino a coinvolgere settori dello Stato e degli apparati di sicurezza, in una delle trame più inquietanti della storia d'Italia.

La munnezza è oro, dottò”
Quando la magistratura arrivò a sequestrare nella sola Campania 140 discariche abusive nel 2006 e ben222 nel 2007, si è giunti finalmente all'epilogo di una storia di devastazione ambientale, il cui apice si è registrato tra gli anni '80 e '90.
Renato Altissimo
La prima indagine a scoperchiare l'intreccio tra politica, mafie, imprenditori corrotti e massoneria risale al 1993 con l'inchiestaAdelphi, condotta dalla magistratura napoletana, grazie alle dichiarazioni di un pentito di camorra, Nunzio Perrella, fratello del boss Mario Perrella, con interessi nei rifiuti e nel traffico di stupefacenti, affiliati al clan Puccinelli di Rione Traiano (Na). Perrella rivelò che, nel suo ruolo nell'affare dei rifiuti per conto del clan napoletano, aveva avuto contatti diretti anche con esponenti di primo piano della politica nazionale, come l'ex ministro del Partito Liberale Italiano (PLI) Francesco Di Lorenzo. L'indagine partita dalle sue dichiarazioni portò all'arresto dell'ex assessore all'ambiente della provincia di Napoli, Raffaele Perrone Capano, e del consigliere comunale Ermanno Pelella, entrambi del PLI. Nell'indagine vi finirono anche esponenti eccellenti, come Renato Altissimo, segretario del PLI, e Rosario Gava, il fratello dell'ex ministro degli Interni, il democristiano Antonio Gava, capo della potente corrente dorotea della DC.
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L'assessore Perrone Capano, docente universitario di Scienza delle Finanze, secondo l'indagine Adelphi aveva il compito di rilasciare le autorizzazioni alle discariche, come la Di.Fra.Bi. di Pianura, la Almadi Villaricca, la Novambiente e le discariche Resit 2 di Giugliano. Quando i Carabineri perquisirono la documentazione in possesso dell'assessore scoprirono protocolli segreti e pratiche parallele, venendo a capo di un giro di fatturazione e di procedure che cambiavano la natura dei rifiuti durante il tragitto verso le discariche.
E' curioso notare che il professor Raffaele Perrone Capano risulta essere uno dei 103 nomi di una lista denominata Potential Leader Biographic Reporting List redatta nel1967 dagli americani e trasmessa tramite le ambasciate ed i consolati USA in Italia a Washington, della cui esistenza si è avuta notizia solo alcuni anni fa. L'elenco comprendeva tutti giovani trentenni di area moderata (nell'elenco non figurava nessun aderente al PCI, né al MSI) che, in base alle informazioni raccolte dalle “rappresentanze” americane in Italia, avevano le caratteristiche per poter diventare classe dirigente del paese. Di questa lista, la cui redazione non ci autorizza a nessuna ipotesi se non quella che riguarda l'attenzione speciale che gli USA avevano per l'Italia durante la guerra fredda, ben 14 nomi su 17sono poi diventati docenti universitari. Nell'elenco figuravano anche i nomi dei giovani Nello Polese(divenuto poi sindaco di Napoli), i beneventani Giovanni Zarro (divenuto europarlamentare) e Diego Tesorone (divenuto poi assessore comunale), Enzo Mattina (poi eurodeputato), Luigi Buccicco (poi caporedattore RAI) Ermanno Corsi (divenuto poi presidente dell'Ordine dei Giornalisti), ed altri futuri protagonisti della scena pubblica campana e nazionale. 

Il summit dell'ecomafia
In una audizione del 1998 dell'ex Procuratore della Repubblica di Napoli, Agostino Cordova, alla commissione d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti, il meccanismo del cosiddetto “giro di bolla”, con il quale sifalsificava la documentazione che accompagnava il trasporto dei rifiuti tossici, veniva così descritto:
Normalmente questi rifiuti vengono classificati, alla produzione, come rifiuti tossico-nocivi e affidati per lo smaltimento. Durante questo giro la qualificazione viene cambiata, e vengono classificati come rifiuti riutilizzabili. Quindi vanno a finire in vari posti, come cave quasi sempre abusive, sfruttate per l'estrazione della ghiaia e poi riempite di rifiuti; oppure, più semplicemente, vengono mescolati al terriccio ed interrati. Addirittura vengono frammischiati a materiali inerti per la produzione del calcestruzzo adibito anche alla costruzione di civili abitazioni, con enorme pericolo per i cittadini. Cito il caso dei fanghi del depuratore di Villa Literno, che addirittura sono usati per la concimazione dei terreni coltivati a cavolfiori, che sono immessi sul mercato.”
Nunzio Perrella fece comprendere alla magistratura antimafia che il traffico dei rifiuti era diventato più redditizio di quello della droga e svelò i particolari di un summit a cui lui stesso aveva preso parte, al ristorante-hotel La Lanterna di Villaricca (Na), nel 1989, nel quale fu siglato il patto sui rifiuti tra gli esponenti della mafia casertana e quella napoletana, alla presenza di imprenditori e personaggi della borghesia criminale legati agli affari sui rifiuti, come l'avvocato Cipriano Chianese di Parete (Ce), Gaetano Cerci titolare della Ecologia 89, Ferdinando Cannavale, titolare della Tra.Sfer.Mar. Srl di La Spezia ed affarista legato al segretario del PLI, Renato Altissimo, gli imprenditori Luca Avolio, gestore della discarica Alma e Gaetano Vassallo, all'epoca assessore comunale a Cesa e proprietario della discarica Novambiente e prestanome dei clan dei casalesi.
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Tra i personaggi dell'incontro, Gaetano Cerci, nipote del boss della cupola casalese, Francesco Bidognetti, risultò in rapporto con Licio Gelli presso la cui casa ad Arezzo aveva soggiornato più volte. Il legame con l'ex maestro venerabile dellaloggia P2 venne confermato anche dall'analisi dei tabulati telefonici. L'avvocato penalista Cipriano Chianese invece vantava entrature con i servizi segreti e con i vertici dell'arma dei Carabinieri. In una dichiarazione resa nel 1998 dal pentitoRaffaele Ferrara, ex boss di Parete (CE) ed esponente dei casalesi, Chianese viene descritto come un personaggio che aveva amicizie con un ufficiale del Carabinieri originario di Aversa, città dove aveva svolto importanti ruolo presso il comando dell'arma dei Carabinieri: “Questo ufficiale, a detta del Chianese, era stato trasferito in una regione meridionale”. L'ufficiale in questione sarebbe Domenico Cagnazzo, che nel 1991-1993, durante la stagione delle stragi di mafia, era vicecomandante operativo dell'intera regione Sicilia. Cagnazzo fu anche ascoltato al processo a carico di Sergio Di Caprio e Mario Mori, tenente colonnello e comandante dei ROS, per la mancata perquisizione del covo del boss di Cosa Nostra Totò Riina.
Dall'inchiesta Adelphi, condotta dai PM Giuseppe NarducciAldo Policastro e Giovanni Melillo, emersero poi altre piste che portavano direttamente verso i traffici di armi e droga gestiti dal boss della cupola del cartello della Nuova FamigliaCarmine Alfieri. Del materiale molto interessante fu trovato nello studio del commercialista Rosario Gava, fratello di Antonio Gava, in piazza Bovio, da cui emergevano i collegamenti con la società Di.Fra.Bi di Pianura.
Anni dopo, uno dei protagonisti del traffico di rifiuti, Gaetano Vassallo, confermerà con la sua collaborazione lo scenario che si era delineato già a partire dall'indagine Adelphi. Nelle dichiarazioni dell'imprenditore dei rifiuti verranno documentati anche i rapporti con uomini delle forze dell'ordine “a disposizione” del clan dei casalesi e di decine di sindaci prezzolati, di funzionari della provincia di Caserta corrotti e delle tangenti, dalle fidejussioni versate alla moglie di Rosario Gava negli anni '80, fino al sistema nato dopo la fine della Democrazia Cristiana.

La discarica di Pianura e l'ACNA di Cengio.
Aperta negli anni '50, la storia della discarica Di.Fra.Bi di Pianura (Napoli), collocata nel cratere del vulcano degli Astroni, nei suoi 43 anni di attività può bene rappresentare l'evoluzione degli affari intorno alla gestione dei rifiuti fino alla fine degli anni '90. Dall'inizio della sua attività, fino al 1996, anno in cui fu chiusa definitivamente, nella discarica napoletana sono stati depositati fino a 40 milioni di metri cubi di rifiuti, parte dei quali scarti e rifiuti industriali provenienti dal nord Italia, tra cui polveri di amianto e rifiuti di industrie chimiche. Tra il 1985 ed il 1996 è stata autorizzata a ricevere 730mila tonnellate all’anno di rifiuti urbani e 150mila tonnellate di speciali e tossici.
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Parte dei conferimenti di rifiuti tossici alla discarica di Pianura sono stati regolarmente registrati, per cui è stato possibile appurare con certezza che tra i rifiuti sversati vi sono: 16 tonnellate di scarti di collante acrilico e 50 tonnellate di morchie di verniciatura della ditta Sicaf di Cuzzagna di Premosello (Novara)
-21 tonnellate di fanghi di depurazione e 552 tonnellate di fanghi di verniciatura della Ferolmet di San Giuliano Milanese (Milano)
- 22 tonnellate di morchie di verniciatura, resine e fanghi dalla provincia di Padova
- 25 tonnellate di rifiuti speciali cosmetici scaduti da Tocco Magico di Roma
- 79 tonnellate di rifiuti industriali e 113 tonnellate di polveri di amianto bricchettate dal Centro Stoccaggio Ferrara di Robassomero (Torino)
- 1106 tonnellate di scorie e ceneri di alluminio dalla Fonderie di Riva di Parabiago (Milano)
- 800.000 tonnellate dei rifiuti derivanti dalla bonifica dell’area dell’ACNA di Cengio in Piemonte, un'azienda chimica creata nel 1929, che produceva anche esplosivi ed ingredienti per gas proibiti, per uso militare, come i gas usati sulla popolazione civile dell'Abissinia e si suppone anche componenti per il famigerato Agent Orange prodotto dalla Monsanto e dalla Dow Chemicals, il defoliante a base di diossina commissionato dai militari USA durante la guerra in Vietnam.
Le aziende dell'ACNA vennero vendute nel 1931 alla Montecatini in comproprietà con l'IG Farbenindustrie, l'azienda tedesca produttrice dello Zyklon B usato nei lager nazisti. L'azienda italiana, secondo dei documenti desecretati dal servizio segreto britannico dopo la guerra, avrebbe prodotto anche acido clorosolfonico, un potente gas mortale che sarebbe stato usato anche nei campi di sterminio tedeschi in Polonia.
Dopo la guerra, la quota della IG Farbernindustrie passò alla chimica di stato (ANIC) e nel 1959 alla Montecatini. Nel corso degli anni '60 l'ACNA acquisì e chiuse tutte le fabbriche di coloranti ed intermedi che esistevano in Italia, concentrando tutta la produzione a Cengio (nel 1979 la fabbrica aveva 4248 dipendenti), diventando una delle uniche realtà produttive in Europa Occidentale a produrre sostanze che erano state bandite. Le emissioni inquinanti che hanno interessato la valle del Bormida riguardano un cocktail di sostanze tossiche quali solventi clorurati, clorobenzene e diossina.
La produzione dei componenti per gas per uso militare sarebbe proseguita in segreto dall'ACNA di Cengio anche dopo la guerra, a partire dagli anni '60, secondo la documentazione raccolta da Gianluca De Feonel suo libro “Veleni di Stato”, che si è avvalso anche delle testimonianze di ex operai in pensione (una testimonianza è pubblicata in “Liguria Val Bormida e Dintorni”, numero 1 del 2002, pag. 10), che confermerebbe che lo stabilimento produceva defoglianti per la guerra in Vietnam; un dossier del Simon Wiesenthal Center segnalerebbe inoltre che ENI e Montedison durante la stagione Raul Gardini e Gabriele Cagliari (proprietari dell'ACNA fino alla chiusura dell'azienda) avrebbero fornito armi e brevetti all'Iraq ed altri paesi mediorentali. I gas ottenuti dai brevetti, oppure forniti direttamente agli "stati canaglia", sarebbero poi stati usati negli anni '90 nelle stragi di curdi in Iraq. L'ipotesi del coinvolgimento dell'azienda nella produzione del Zyklon B, durante il secondo conflitto mondiale, è invece contenuta nel libro di Alessandro Hellmann, "Cent'anni di Veleni". 
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A supporto di queste inquietanti ipotesi undocumento prodotto da un ingegnere chimico, il dott. Ilvo Barbiero“Risanamento e rinascita della Valle Bormida un’alleanza tra scienza e lavoro al servizio dell’uomo”riportava che da analisi effettuate dall’USSLL 58 di Cuneo (il 21 aprile 1989) erano stati rilevati: clorobenzene, tetracloroetano, anilina, clorofenoli, diclorobenzeni, metilanilina, cloroanilina, diclorofenoli, triclorobenzeni, naftalene, clorometilanilina, diclorometilfenoli, dicloroaniline, triclorofenoli, diclorocresolo, nitroanilina. La concentrazione di queste sostanze variava dai 22 microgrammi al litro per il tetraclorometano ai 6965 microgrammi al litro per i triclorofenoli.
Il Triclofenolo è un potente componente per diserbanti, come l'Orange, che a 350° muta in TCDD, una delle più potenti Diossine. I triclofenoli erano prodotti anche dalla ICMESA di Seveso, dove il prodotto veniva solo assemblato per essere venduto in Svizzera ad una azienda "farmaceutica", per essere poi girato negliStati Uniti dove, con molte probabilità, veniva miscelato con altri composti chimici fino a farlo divenire il micidiale Agent Orange.
I rifiuti dell'ACNA di Cengio sono stati sversati oltre che nella discarica di Pianura, anche nella Resit di Giugliano, 30.600 tonnellate.
La lobby dei rifiuti
L'acronimo della discarica Di.Fra.Bi. deriva dai cognomi dei due ex proprietari, i cognati Di Biase e Di Francia, che si allearono con l'impresa di Francesco La Marca di Ottaviano (Na). Giorgio Di Francia pianurese doc diventato in seguito un importante costruttore edile, con interessi in Italia ed in Brasile.
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"Agent Orange", Vietnam
Nell'ottobre del 1997, una delegazione della Commissione parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti, nel corso di un sopralluogo a Pontinia, individuò in collaborazione con la polizia locale, un'area ufficialmente destinata al trattamento e alla pulizia di fusti per il trasporto di rifiuti pericolosi liquidi. Dalla documentazione della ditta responsabile dell'impianto, la SIR Srl di Roma di Vincenzo Fiorillo e Vittorio Ugolini, emerse il meccanismo di fatturazione tipico del traffico illecito di rifiuti, a “giro di bolla”. Il sopralluogo consentì di sequestrare la presenza 11.600 fusti e due cisterne colme di liquami tossici e nocivi provenienti da aziende di rilevanza internazionale dell'informatica e della farmaceutica. Il sequestro, il più ingente fino ad allora, diede lo spunto alla Commissione parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti per redigere una mappatura delle società che operavano nel settore della gestione dei rifiuti, gran parte delle quale risultavano avere collegamenti tra loro in quella che appariva essere una vera e propria Holding politico affaristica in cui le ditte risultava in più casi concorrenti e partner. Un documento che costituisce tuttora una fotografia perfetta del meccanismo di inquinamento dell'ambiente, della politica e della società italiana degli anni '80 e '90.
Per la parte che ci interessa, il versante milanese dell'indagine, che non può essere sintetizzata brevemente, riscontrò dei collegamenti societari tra la Lombardia e la Campania che ruotavano intorno alla Ecolservice Italia Srl., la società si occupava di raccolta, trasporto anche conto terzi, trattamento, stoccaggio e smaltimento dei rifiuti, il cui presidente era stato arrestato nell'ottobre del 1996 dalla procura di La Spezia per “associazione per delinquere” relativo alla gestione della discarica di Pitelli.
La Ecolservice risultava controllata da due società che, paritariamente, detenevano l'intero capitale sociale: la Elektrica Spa di Napoli e la Fined Spa di Milano. 
La Elektrica, costituita nell'aprile 1982, ereditò la Di.Fra.Bi, colpita da interdittiva antimafia nel 2001, e aveva sede a Napoli , a piazza Bovio n.33, ed era di proprietà delle famiglie di Francesco La Marca, di Giorgio Di FranciaPietro Gaeta ed era amministrata da Gennaro Bruno. La cosa interessante è che la stessa società risultava avere una sede amministrativa a Roma, nella stessa sede e numero civico della SIR SrL da cui era partita l'indagine.
La Elektrica risultava collegata inoltre con il gruppo italo-svizzero della Celtica Ambiente Srl, attraverso una società, la Cetan. Giorgio di Francia inoltre risultava aver rivestito fino al 1993 la carica di amministratore delegato della Sistemi Ambientali di La Spezia, ovvero la società che gestiva la discarica Pittelli oggetto dell'indagine che aveva portato all'arresto del presidente della Ecolservice.
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Nella Elektrica figurava anche Giuseppe Giordano, proprietario dellaInes Sud di Brindisi, che in seguito era passata alla SIR Srl. Componenti della famiglia La Marca, invece, risultavano avere quote nella Nuova Spra Ambiente, società nata nel 1998 dalla Spra Spa (creata nel 1972), e incorporata nella Emas Almbiente, a sua volta della Colucci Appalti. I fratelli Colucci, oggetto di una corposa sezione delll'indagine della Commissione parlamentare d'Inchiesta sui Rifiuti, acquisiranno in seguito la filiale italiana della Waste Management, multinazionale americana dei rifiuti, con interessi che vanno dall'energia solare al trattamento dei rifiuti industriali. I Colucci avevano interessi nei rifiuti già dagli anni '80. Pietro Colucci era stato gestore della discarica di Sessa Aurunca (CE) che lasciò agli imprenditori Sarnataro e Barbieri, imposti dagli Esposito-La Torre, come lui stesso ha dichiarato alla magistratura, prima che la discarica venisse chiusa in seguito alle proteste di un vasto movimento popolare ispirato dall'allora vescovo Mons. Raffaele Nogaro.
Pietro Colucci, in seguito è diventato presidente di Assoambiente (Confindustria), ha mantenuto la gestione di Kinexia (energie rinnovabili) e Waste Management Italia (rifiuti speciali). Francesco Colucciè invece il dominus della capogruppo Unendo e della controllata Daneco, la società che gestiva la mega discarica di Sant'Arcangelo Trimonte e che a Salerno gestisce un impianto anaerobico da 30.000 tonnellate, ottenuto in seguito alla rinuncia alla gestione della discarica di Chiaiano (Na), dopo che la Pescatore di Avellino a sua volta aveva vinto la gara. La Daneco si era poi aggiudicata in ATI conImpianti Srl, Rcm Costruzioni Srl e Acmar Scpa l'appalto per la costruzione del termovalorizzatore di Salerno, una struttura per la capienza di 300.000 tonnellate, poi non più realizzato per un contenzioso che al momento ne ha bloccato l'inizio dei lavori. La Danec attualmente è in attesa di conoscere anche l'esito del ricorso presentato in Bulgaria per l'assegnazione dell'appalto da100 milioni di euro relativo alla gestione dello smaltimento dei rifiuti della città di Sofia.
Fonte: Agoravox; Autore: Emiliano Di Marco.